GLI SCRITTORI DELLA DESTRA FRANCESE (1870-1970)

 


Destra e sinistra sono parole che bisticciano da sempre. La lite persiste senza che si sia arrivati con un po’ di costanza e un po’ di precisione a concordare la propria etimologia. Questa è la fonte di molti malintesi e anche di molte confusioni. Ci sono, a quanto pare idee di destra giuste (circa la spiegazione del mondo attraverso leggi naturali e forze oscure) e idee di sinistra (la giustizia, la spiegazione del mondo tramite l’economia e un’ideologia egualitaria). Solo la storia politica ha dimostrato che le idee tradizionali della sinistra sono talvolta preservate da gente di destra e viceversa. Esiste, quindi, un temperamento di destra (aristocratico, pessimista) e un temperamento di sinistra (popolare, ottimista). Ciò complica ulteriormente le cose: accade che i temperamenti della destra siano al servizio delle idee di sinistra (o viceversa): l’esempio più brillante è stato dato da Drieu La Rochelle. C’è, infine uno stile di destra (la disinvoltura) e uno stile di sinistra (pesantezza e anche un atteggiamento di seriosità). Ma bisogna dire che la vita letteraria smentisce senza pietà queste voci da accademici perditempo. Perché questo stile spensierato da piccolo marchese, che rivelerebbe infallibilmente l’uomo di destra, è praticato da scrittori che pensano e votano a sinistra. Bisogna districarsi come si può con un soggetto così irto di trappole. La cosa più semplice è quella di cercare di riconoscere i temi della destra, facendo emergere ciò a cui si stanno riferendo o contro cui si stanno ribellando.

L’attuale letteratura di destra è incomprensibile se non si ricorda cosa l’ha preceduta e, per una parte, determinata. È quindi importante tornare all’inizio del secolo. Due grandi scrittori lo dominano: il primo è un dilettante convertito al nazionalismo sentimentale (Maurice Barrès); l’altro è un ex nichilista che sviluppa fino alle sue estreme conseguenze il teorema di un nazionalismo politico sulla base della dottrina descritta dalla fisica sociale (Charles Maurras). La destra quindi fa una campagna contro ciò che lei chiama letteratura di evasione. La Revue Universelle, che si afferma come l’organo del partito dell’intelligenza profondamente impegnata, si erge contro l’estetismo della N.R.F. (Nouvelle Revue Francaise). Dai Déracinés di Barrès al Disciple di Bourget, un’immagine abbastanza coerente, e anche stereotipata, di romanzo di destra si manifesta: la difesa e l’illustrazione delle teorie sociali, l’organizzazione a volte geometrica di idee che acquisiscono importanza al contatto con le leggi della specie, il cosiddetto specismo, l’impegno in nome di valori intangibili. Intellettualmente, Maurras avrà l’ultima parola, e il nazionalismo «chiuso» (perché è la sfida di una preoccupazione ossessiva) prevarrà nei giovani delle scuole, sul nazionalismo «aperto» di Barrès, senza chiudere le porte del tutto alla tentazione barrésiana. L’Action Française, grazie al genio di Maurras, opererà la sintesi di tre elementi distinti: il positivismo di Comte, il tradizionalismo di de Maistre e Bonald e il nazionalismo popolare (aggiungendo altri temi sempre cari a Maurras: il latino, il neoclassicismo, il regionalismo).

Da qui, le due correnti rivali, benché riconciliate, e che causeranno inevitabili liti scolastiche e dissensi di cui la storia dell’ Action Française sarà segnata: i légistes e i contestataires. Alcuni si sono uniti a Maurras per difendere i concetti politici; altri per il disgusto della società repubblicana e per la nostalgica fedeltà all’antica Francia. Il clan dei «seguaci della legge» finirà col prendere quasi letteralmente il concetto de «la politica prima di tutto», per impostare come obiettivo immediato e unico la creazione di uno stato forte; quello dei «ribelli» per esprimere sempre più chiaramente, in opposizione a questa richiesta politica, un requisito morale. Le rotture si verificano su entrambi i versanti contemporaneamente.

Per quanto riguarda i légistes, un numero di persone deciderà, da un lato, che le posizioni di Maurras sono insufficienti e premature, che dovrebbe espanderle (integrando il nazionalismo all’idea europea, opponendo l’Internazionale Bianca all’Internazionale Rossa) e ringiovanirle (unendo autoritarismo e socialismo); d’altro, che i metodi di Maurras sono radicati nella retorica (da qui la nascita di un attivismo impaziente e disordinato). Il disaccordo è quindi al livello delle idee e dei temperamenti, nello stesso tempo in cui si indica il desiderio di andare oltre le nozioni classiche della destra e quelle della sinistra.

Oltre il nazionalismo, dice Maulnier; al di là del marxismo, dice De Man. La parola chiave del tempo è: oltre. Quando avrà effetto, il fascismo – l’incontro di un certa destra e di una certa sinistra – questa nuova ipotesi nascerà. Questo incontro è poi preparato da una letteratura di spirito e slancio nietzschiano: i saggi di Drieu, di Montherlant, i primi romanzi di Malraux che esaltano l’energia, le virtù guerriere, la violenza come motore della storia. Dalla parte dei ribelli, si dice che Maurras si stia irrigidendo, bloccando, allontanandosi dalla tradizione liberale della monarchia francese, adeguandosi ad essere il leader del partito del re e forse anche un capobanda. Queste scomuniche non saranno ascoltate dai simpatizzanti di destra, perché le profezie dell’ Action Francaise si stanno verificando e perché l’aumento dei pericoli esterni rende irrisori questi dibattiti da sofisti. Non è solo per ragioni tattiche che la sinistra democratico-cristiana sta tentando di annettere questi ribelli; è perché ha già immaginato i loro raduni (mentre danno voce, liberi da preoccupazioni politiche, alla nobiltà della loro anarchia).


Due libri di rabbia, irritazione e dolore insorgente proclamano la rivolta di questi due clan. Molto meglio dei saggi di Drieu (dove la stanchezza e l’orgoglio hanno qualcosa di vulnerabile), dei romanzi di Brasillach (dedicati a storie d’amore giovanili, al pittoresco sentimentale e alla poesia di regimi totalitari) e dei pamphlets di Montherlant (troppo sottomesso allo stato d’animo del dilettante), sono Les Décombres (Le macerie) di Lucien Rebatet a raccontare i segreti della parte dei légistes. Non è stato ancora scoperto che questo è il libro più furioso e crudele che sia mai stato scritto contro la destra, contro i suoi rappresentanti, i suoi luoghi comuni, le sue assurdità e i suoi miti. All’epoca dell’ordine morale di Vichy, svuota i bidoni della spazzatura della nazione. Fa piazza pulita, e chiede furiosamente l’arrivo di un Lenin di destra. Nel vuoto di una società, risponde con efficienza grezza. Al motto dell’Action Française spezzato a Lione – la Francia, solo la Francia – risponde con il motto degli attivisti della collaborazione: il fascismo, solo il fascismo.

L’altro libro – la bibbia dei dissidenti – è Les Grands Cimetières sous la lune (i Grandi Cimiteri sotto la luna) di Bernanos. Il diritto machiavellico è soggetto a un altro tipo di maltrattamento.

Rebatet lo accusa di non essersi dato i mezzi radicali della sua politica, di avere mantenuto delle posizioni di comodo a lui convenienti, alibi utili alla sua inazione; dice di Bernanos di essere stato il maestro di piccoli mascalzoni, di ragazzi dalla mentalità ristretta che corrono il rischio di perdere le loro anime pur di non perdere lo Stato. L’ordine, come concepito da Maurras, è, per Rebatet, una smorfia inefficace; e, per Bernanos, la stessa smorfia di efficienza. Ci rendiamo conto con sorpresa che Les Grands Cimetières, libro di sinistra nel 1938, è apparso nel 1944 come libro di destra: un grido interminabile urlava contro gli eccessi e persino contro il principio di epurazione.

È che nel 1944 la letteratura di destra, privata o stanca dei suoi légistes, si rivolse ai suoi contestatori. Quale che sia il partito che hanno preso, i cittadini di destra hanno perso la faccia: la resistenza è agli ordini del Fronte Popolare; la collaborazione è un’idea morta. La tradizionale routine umanitaria della sinistra è sollecitata da ex fascisti che si lamentano che le libertà democratiche vengono loro sottratte, che la pena di morte viene applicata, che i tribunali si pronunciano su ordini ricevuti , che le carceri sono piene e inadeguate, etc.

La destra, essendo schiacciata, non avendo più responsabilità nella società, si affranca dalle discipline comunitarie e dice addio alla funzione pubblica. Da dogmatica, diventa di nuovo liberale; da impegnata diventa nuovamente disponibile. Dove scopre altri maestri: Jacques Chardonne che consiglia i giovani scrittori a dormire molto, a scrivere poco, a coltivare un giardino a La Frette-sur-Seine e che in una prosa liscia (una delle più morbidi del tempo), si ritira a Madeira per far rivivere il ricordo della «scuola di Barbezieux» e per mettere a punto la ricetta di questo sottile nichilismo che lo apparenta a una pantofola indù; Paul Morand, la cui scrittura non è mai stata più veloce e più tagliente e che sotterra nelle regole, con una gentilezza glaciale, una civiltà; André Fraigneau, romanziere di complicità, di accordi miracolosi, di segni del destino, di grazia umana, che ha l’intelligenza del suo gusto, il talento del suo carattere, lo stile di vita della sua letteratura; Céline, infine – e forse soprattutto – inventore di un nuovo linguaggio musicale, grande scrittore (il più personale e il più significativo dopo Proust) la cui disperazione sarcastica, si è scatenata in epopee farsesche, inseguendo la miseria puzzolente e l’assurdità demente di un mondo asservito all’istinto di morte. (Amato dalla sinistra – tradotto in russo da Elsa Triolet – poi vituperato e odiato, senza raccogliere a destra l’unanimità, inizia a ottenere un diffuso consenso nazionale tanto quanto il suo genio lo merita). Quindi sostituisce la contestazione alla fede, la dissolutezza intellettuale alla devozione. Da qui i nuovi temi che la destra utilizza minuziosamente. In primo luogo, quello della fine di tutto, splendidamente illustrato da un immigrato rumeno, Emil Cioran, che recita la sua precisa decomposizione, annuncia il crepuscolo degli dei e degli uomini, si fa il «vivisettore» e apologeta della decadenza, scopre, in questo clima di agonia esausta, un fascino e quasi una saggezza del nulla.

Inoltre, come nella divinità di Abellio, si fa ricorso alla società segreta, a una massoneria di veggenti, a una lingua cifrata, o ancora, come in Michel Mohrt (che durante la seconda guerra mondiale si impegnò nell’esercito tedesco per combattere contro i bolscevichi) , al mito dell’eterna Vandea, il richiamo alla fraternità degli «émigrés de l’intérieur» (con questa espressione ci si riferisce all’atteggiamento di resistenza passiva di intellettuali, scrittori o artisti tedeschi sotto il regime nazista, NdT). Quindi, il rifiuto della socialità moderna: gioviale e sarcastico in Jacques Perret cronista merovingio, tenero e disincantato in Michel Deon che si sposta per esiliarsi tranquillamente e per essere felice in ogni caso; sornione, ammiccante e ironico in Kléber Haedens (membro dell’Action Française nel corso degli anni trenta) che saluta la provincia come un paradiso perduto. In tutti costoro vi è il sapore del volo, del mare, dei ritiri amichevoli e del fioretto, consolazione di quello che Baudelaire chiamava «il paese infame».

Infine, quello del gioco, dell’intrattenimento, della piroetta: così Antoine Blondin (giornalista che scrisse su molti giornali di destra e di estrema destra) si destreggia con parole, sogni e dolori nelle notti che finiscono solo all’alba e nei libri che sono la nostra felicità del giorno; così come il proclamato Jacques Laurent (membro anche lui dell’ Action Française) che fonda e dirige il mensile letterario La Parisienne, in cui afferma che gli scrittori devono rendere conto solo al loro piacere. Il più rigoroso e il più serio tra questi intellettuali chiamati «gli ussari» fu colui che fu sospettato di essere il più incoerente e il più frivolo: Roger Nimier. Egli aveva riconciliato nella sua opera Maurras e Bernanos: una civiltà da rifare, l’arte più vivida e sicura, lo splendore di una libertà signorile, trovano, in Le Grand d’Espagne, i garanti che hanno contato e che conteranno sempre di più, perché al futuro di questo grande autore non mancherà nulla. La letteratura degli anni 1950, era lui, e i giovani sapevano sempre meglio che essa valeva quella del 1925. Da allora, si deve ammettere, che non aveva avuto più, a destra un così bell’aspetto…

Il romanzo di destra (che ha ottenuto rinforzi da sinistra con Nourissier, con Bastide e anche con Vailland) ha scosso certezze e abbattuto muri. Paul Bourget si è rivelato il maestro occulto di Jean-Paul Sartre. La sinistra entrò in servizio, marciava, recapitava messaggi contenenti dispacci telegrafici, vinse le guerre di liberazione del terzo mondo al Café Flore. Le modalità politiche della destra letteraria prebellica sopravvissero nella sinistra del dopoguerra. La libertà stava cambiando schieramento. Anche l'umore cammina.

[Pol Vandromme in Magazine Litteraire, dicembre 1973 – traduzione D. A.]


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