L’EFFUSIONE DI VITA

 


La lettura di Christian Bobin ossigena, in senso letterale: ci si ritrova a contatto con le frasi come un viandante su un sentiero di campagna. Al tempo stesso pieni di un’aria salubre e disponibile, aperti a tutte le sfumature, alle presenze che abitano lo spazio. Christian Bobin indica — e con quanta semplicità — la via che collega al Tutto, al Tutto delle forme plurali della vita. Rivelatore, come sembra essere la funzione del poeta, amplia il nostro sguardo sul mondo, cancella le gerarchie. Ed è così, gioioso, saltellante, un po’ grave comunque, che ci mostra un personaggio d’amore, il «Très-Bas», colui che parla agli umili — e l’umiltà risiede etimologicamente nell’humus, a filo di terra.

Questa gioia, del resto, è condivisa da Joseph Delteil che tempo fa propose un Francesco d’Assisi danzante e panteista. I due, complici in fondo, non fanno opera di agiografia. Non raccontano tutti i dettagli di una traiettoria santa, né adagiano Francesco sulle pagine appesantite del sapere.

Lo elevano, si dovrebbe dire, a portata d’umano, affinché possiamo sentirlo vivo, caloroso, vicino… a portata di mano, come un bicchiere di buon vino. Su Francesco d’Assisi, «si sa poco e tanto meglio». Bastano poche briciole per comprendere. Nato nel 1182 da un padre mercante di stoffe e da una madre proveniente dalla Provenza, gli fu dato inizialmente il nome di Giovanni. A vent’anni immagina per sé un destino da cavaliere e una principessa come sposa, che gli avrebbe dato molti figli. Ma il commercio è così poco cosa sua. Gli occorrerebbe anche qualche talento per possedere feudo, moglie, prole. E invece la povertà lo attira e, se gli piace negoziare, è con l’invisibile. Errante al capriccio degli umori del vento, già quasi nudo, senza fardelli di viaggio, senza un obiettivo da conquistare, un giorno d’estate del 1205 ode una voce limpida. È un crocifisso che gli parla, il crocifisso di una vecchia cappella che gli ordina: «Va’ e ripara la mia casa che cade in rovina». Questa decisiva ingiunzione lo orienta ormai nella sola «prospettiva del cuore». Dopo un processo intentato contro di lui dal padre — che pretendeva indietro il denaro della bottega, distribuito da Francesco ai sacerdoti — egli va incontro al proprio destino. Uomo-terra che dialoga con l’universo, si circonda di una dozzina di uomini, i «Françoisiers» cari a Delteil. Nella luce della sua nuova vita, compare allora una donna. «Il suo nome dice ciò che è, ciò che dona: Chiara. Radura, luce filtrante, chiaroveggente, lampo, schiarita». Un uccello ribelle al ruolo imposto. Giovane di sedici anni, ha scelto — come Francesco — la strada, la rottura.

Se Il Très-Bas è evocazione di Francesco, è anche meditazione sull’infanzia, quell’età della vita disprezzata da coloro — i grandi, i potenti — che non giurano che sulle virtù della maturità. Il titolo è di per sé un messaggio sovversivo. Nella sua Legenda Aurea, il teologo Jacopo da Varagine fa di Francesco un servitore e amico dell’Altissimo, che «visse nella vanità fino ai vent’anni». L’opera di Bobin è una radicale correzione. Per lui, Dio è in basso, tra gli esseri di ogni formato, e Francesco ne fu il devoto. L’infanzia del santo non poteva valere il nulla: vent’anni sprecati prima che le cose diventassero serie. Fu, al contrario, colma — ma di dolcezza, di una dolcezza che prepara alla santità, perché «la santità rovescia le leggi della maturità: l’uomo ne è il fiore, l’infanzia ne è il frutto». Tutto il libro di Bobin sconvolge gli equilibri, sposta le idee ricevute, eleva ciò che è spostato in basso ed è, per questo, decisamente attuale, poiché oggi — benché esistano gesti di compassione — la luce splende sui potenti quando dovrebbe invece illuminare solo i piccoli, i deboli, i poveri sempre schiacciati. È la lezione di queste pagine che non fanno schioccare le parole. Leggere, calme, dicono l’essenziale senza collera, perché qui non si tratta di persuadere la gente di ragione, ma al contrario di raggiungere l’intelligenza del cuore. Per Christian Bobin, convincere è ancora vincere. L’infanzia fa spesso sentire la sua risata nei libri di Bobin e la donna il suo amore. In lui, l’amore delle donne è «françoisier». Bobin ama quell’amore che dona e illumina. Ne esiste forse un altro?

Con Isabelle Bruges, un romanzo, fa incontrare — attraverso due personaggi femminili posti agli estremi della linea del tempo, l’una giovane e l’altra anziana — le diverse forme dell’effusione. Tutto lì è detto, abbracciato, come in una passeggiata vivificante «che intreccia l’aria e il sogno, il visibile e l’invisibile».

Le Très-Bas, Christian Bobin. Ed. Gallimard, 85 f.
Isabelle Bruges, Christian Bobin. Ed. Le temps qu’il fait, 85 f.

[Guy Darol in “Le Magazine Littéraire” nr. 305/1992]


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