«LA SUPERFICIALITÀ DEI CIRCOLI INTELLETTUALI È PRODIGIOSA»
Chi non approverebbe Drieu dopo tanti esempi di malgoverno a destra e a sinistra? Quando critica un parlamentarismo decadente, rimanda indietro i fanatici di Marx e quelli di San Tommaso, denuncia un capitalismo «assassino», come si può contraddirlo? E quando ci si imbatte in un ritratto di Clémenceau, nell'evocazione della partenza per la guerra del '14 con un'allegra riunione davanti a Maxim's, in una lettera a Gide, Mauriac, Paulhan, Maurras, si riconosce il talento dello scrittore. Ha sempre oscillato tra letteratura e politica. In altre parole, il bilanciamento. Non è un caso raro nella società. Della sua giovinezza scrisse: «Già mi aggiravo dappertutto e non mi fermavo mai da nessuna parte». Ma l'eterno vagabondo si avventura in percorsi in cui ci si blocca. Se vi confondete un po' (Jean-José Marchand, nella sua prefazione, ha ragione, ci sono «terribili articoli su Hitler», ma sono del 1944) è generalmente troppo tardi, e perché la guida vi ha deluso. Resta il fatto che avete dato la vostra approvazione ai demoni cattivi che avete incontrato sul sentiero. Perché Drieu è anche il simbolo del P.P.F. di Doriot; il personaggio Gambier di Gilles, che aspira a un ordine militare europeo e si unisce alla falange di Franco; è il critico giudizioso di uno stalinismo che distrugge le coscienze, ma che non è più giudizioso quando si tratta di fascismo: è, a proposito di un'unione europea, la lucidità rapidamente disturbata dalla convinzione - negli inverni del ’39 – ‘40 «che Hitler e Ribbentrop stiano oggi perseguendo (una) politica del male minore»; è una ventata di Viva la Muerte – «mi stupisce che gli intellettuali si ribellino più di altri a questa legge della sofferenza e della morte fisica»; è l'autore di una Charlotte Corday che fa dire alla sua eroina, portavoce della Rivoluzione Nazionale, che la vorrà sempre «anche se diventa abominevole e ignobile». Sappiamo quanto questi epiteti siano appropriati per ciò che Drieu ha difeso. E in cosa si è perso. Il suo virtuosismo di scrittore e di pensatore non ha potuto nulla contro la sua cecità, che non si può dire sia involontaria: i suoi occhi sono rimasti chiusi alla realtà del fascismo, del nazismo e dei loro obiettivi. La pubblicazione di questi testi ha lo scopo di far scoprire Drieu ai giovani di oggi. Molto bene. È necessario sapere tutto. Speriamo solo che da queste pagine, da cui emerge un Drieu piuttosto annacquato, passino ad altre pagine. A quelle, ad esempio, di L'homme à cheval, un romanzo in cui l'eroe massacra gli indiani di cui voleva rigenerare la civiltà. Non è impossibile - anche se Chardonne ci ricorda: «La commedia degli umani, ne portava il disgusto nei suoi occhi spenti» - che Drieu volesse rigenerare la civiltà occidentale, ma che abbia scelto male i suoi compagni per l'impresa. Dire che il «suo fascismo» era diverso da quello che è stato non toglie nulla al suo desiderio di «far nascere» un'altra civiltà «con la forza» - e poi, dov'è la differenza? Annunciare, nel 1944, l'imminente blocco orientale va benissimo, ma lo stesso sguardo avrebbe dovuto essere rivolto, nei primi anni Trenta, all'Europa che le dittature stavano preparando. Non si può negare che lo stato di degrado della Quarta Repubblica fosse sufficiente a disgustare un patriota. Né si può negare che questo patriottismo, fortemente tinto di antisemitismo, fosse alimentato da un nazionalismo a cui l'aggiunta del "sociale" dava una risonanza sinistra. Che Drieu volesse ridurre la disoccupazione, proteggere i contadini francesi e veder rinascere la nostra vitalità aumentando il tasso di natalità, perché no? Ma aspettarsi questi bei risultati da un Duce e da un Führer?... La supeficialità degli intellettuali è prodigiosa.
Textes retrouvés, Drieu La Rochelle. Ed. du Rocher 120F
L'homme a cheval, Pierre Drieu La Rochelle Ed. Gallimard, coll. L'Imaginaire, 39F
[Pierre-Robert Leclercq in Le Magazine Littéraire, n°305/1992 - traduzione D. A.]

Commenti
Posta un commento